Il silenzio della foresta
Siamo cresciuti nello stesso quartiere, al borgo vecchio, tra le strade di polvere arse dallo scirocco e i prati di spine che, il giovane entusiasmo e la fervente fantasia di noi ragazzi, avevano trasformato in piccoli campi di calcio. Siamo nati nello stesso anno, nello stesso mese di dicembre, a distanza di una settimana uno dall’altro. Tre amici inseparabili, molto più che tre fratelli!
Abbiamo frequentato le stesse scuole, le stesse compagnie, fino al liceo, poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, come rivoli di uno stesso fiume che si separano e attraversano territori sconosciuti prima di ricongiungersi al mare.
Francesco aveva deciso di studiare fuori, fin da ragazzino la sua passione era quella di fare il magistrato. In quell’estate del 92, il suo sogno divenne più che mai reale. La morte di Falcone prima e la strage di Via D’Amelio un mese dopo, quelle lamiere contorte ancora fumanti, quelle sirene che ululavano impazzite in una calda sera d’estate, avevano scosso profondamente tutti noi.
Chi vive in una regione del sud, come noi calabresi, si sente doppiamente coinvolto, vittima di una mafia sempre più soffocante e colpevole per il senso d’impotenza di fronte ad un fenomeno di così vaste proporzioni.
Sentivamo che in quell’estate qualcosa era cambiato, non potevamo più restare con le mani in mano, dovevamo agire, dare concretamente il nostro contributo. Siamo scesi in piazza, abbiamo partecipato ad uno dei tanti ed ennesimi cortei contro la mafia ma, sapevamo che proprio in testa al corteo c’era il sindaco, cognato del boss locale e con lui il Dott. Misano, maggiore imprenditore edile di Ciserno che, con la famiglia mafiosa dominante, aveva fatto affari e costruito la propria fortuna. Ipocrisia, tanta ipocrisia si respirava in quel lungo corteo, parole vuote che presto sarebbero state dimenticate.
Sembrò lunga ed infinita quell’estate, ricca di avvenimenti, c’erano stati gli esami di maturità e poi quelle stragi di mafia, le nostre prime storie d’amore, il nostro primo vero impegno civile, le prime scelte importanti che ci avrebbero resi più adulti e portato a dividerci e ad intraprendere cammini diversi. Francesco si iscrisse a giurisprudenza, nell’Università “La Sapienza” di Roma, io a Scienze politiche a Padova e Gianluca invece decise di restare a Ciserno, continuare l’attività del padre che aveva una piccola azienda.
Francesco era stato sempre il più pragmatico tra noi, riteneva che le parole sono un alibi per non agire, un modo per nascondere il vuoto d’intenzioni, dunque, aveva inseguito il proprio sogno, diventare Magistrato e combattere la mafia in prima linea. Anche Gianluca con la sua decisione di rimanere a Ciserno aveva manifestato la volontà di non arrendersi, sosteneva che la terra è una seconda madre e che abbandonare la propria terra è come abbandonare la propria madre in un momento di difficoltà, diceva: “io costruirò un argine al dilagare mafioso, coltiverò un seme di speranza in mezzo a tanta rassegnazione, voglio che i miei figli siano orgogliosi di essere nati qui!”. Io invece avevo ancora le idee confuse, pensavo alle parole del giudice Falcone che aveva definito la mafia un fenomeno umano e che sosteneva che se i giovani negheranno alla mafia il loro consenso, anche la Mafia, che è un fenomeno umano, cesserà di esistere. Con la mia scelta, in realtà, scappavo via, avevo bisogno di stare lontano da mia “madre” per non essere soffocato da tanto amore, avevo bisogno di osservare il tutto con il dovuto distacco, come si fa per i quadri d’autore che bisogna osservarli dalla giusta distanza per poterne cogliere l’armonia della luce e dei colori.
C’era bisogno di una svolta culturale, c’era bisogno di un nuovo modo di affrontare le cose, di un linguaggio che arrivasse direttamente al cuore della gente, scuotendola fin dal profondo. Al contrario di Francesco io credevo molto nella forza delle parole, le parole possono essere vuote, retoriche, leggere come foglie ingiallite portate via dal vento, ma possono essere anche simbolo di libertà, strumento attraverso il quale esprimere il proprio pensiero e possono diventare un’arma più potente di qualsiasi bomba o di qualsiasi raffica di mitra, quando aiutano la gente a prendere coscienza di sé e della propria dignità di uomini liberi.
Continuammo a mantenere i contatti, attraverso telefonate e lettere che, nel tempo, divennero sempre più rare. Seguivo a distanza l’evoluzione dei miei amici d’infanzia. Francesco, determinato come al solito, conseguiva risultati sempre più brillanti. Si era laureato in quattro anni col massimo dei voti e si era iscritto nella scuola di magistratura. Gianluca invece aveva ingrandito l’azienda del padre, si era conquistato la fiducia e la simpatia della gente di Ciserno e dei paesi limitrofi e aveva aperto una catena di negozi di telefonini. Non si era mai piegato a pagare il pizzo e orgogliosamente aveva ricostruito il proprio negozio ogni volta che aveva subito un attentato. Io invece procedevo lentamente, ero uno studente fuori corso e frequentavo ambienti diversi, il giornale, il teatro, la radio. Luoghi legati tra loro da un unico filo comune, la parola, il linguaggio. Francesco era diventato un magistrato ed io nel frattempo mi ero laureato, Gianluca invece consolidava sempre più la sua attività.
Nei miei articoli, nei miei spettacoli teatrali, nei miei interventi alla radio mi occupavo di Sud, il Sud non come luogo geografico ma come condizione esistenziale. Appartenere al Sud, significa conquistarsi il proprio spazio nella vita col doppio della fatica, significa essere generosi del poco che si dispone perché capaci di dare valore alle cose, significa riuscire a mantenere la propria onestà intellettuale e morale pur avendo vissuto a contatto con il compromesso e con la corruzione, significa credere fortemente nei propri ideali, nei propri valori, avere delle radici profonde che segnano la tua identità per sempre, come un marchio indelebile inciso sull’ anima che ti porti dietro ovunque e che contraddistingue il tuo modo di essere, il tuo modo di agire.
Durante quest’esilio volontario, lontano da casa, il tempo trascorse senza particolari novità, era arrivata un’altra estate incolore, tra i campi di mais della pianura veneta ed il vapore di nuvole opache che oscuravano il cielo.
Quella sera squillò il telefono,
- Pronto Giovanni?
Riconobbi subito la voce allegra e la forte cadenza dell’accento calabrese che Gianluca aveva mantenuto intatti in tutti questi anni.
- Sai che giorno è oggi?
- Venerdì!
- Veramente è il 19 luglio, ti ricorda niente questa data?
Automaticamente mi venne da pensare al 19 luglio del 1992 ed ai servizi che avevo appena visto nel telegiornale sui dieci anni dalla strage di Via D’Amelio.
Gianluca mi disse,
- sono passati dieci anni, non mi sembra vero, dieci anni da quando ci siamo diplomati!
- Avevo pensato di invitarvi a trascorrere le vacanze da me, ho una casa al mare, giusto per rivivere un po’ i vecchi tempi. Ho già chiamato Francesco e ha detto che aveva proprio bisogno di rivedere il nostro mare, a questo punto manchi solo tu, non puoi dirmi di no.
Sorrisi e di fronte ad una proposta così convincente risposi di si.
Avevo due settimane di ferie e così il giorno dopo preparai le valigie e mi diressi alla stazione. I treni del Sud si riconoscono perché sono accerchiati da un nugolo di parenti e di amici e perché c’è un fiorire di accenti e di dialetti che riempiono l’aria di suoni. Guardavo fuori dal finestrino l’alternarsi dei paesaggi e delle strade, man mano che ci avvicinavamo al Sud l’aria si faceva più calda, il territorio più aspro e selvaggio e i paesaggi sempre più confusi e disordinati, case cresciute senza una visione futura, nella precarietà di una vita vissuta giorno per giorno. Alla stazione di Ciserno erano venuti a prendermi Francesco e Gianluca, finalmente i tre moschettieri tornavano insieme, quante storie, quanti fatti avremmo avuto da raccontarci!
Dopo un primo imbarazzo iniziale di saluti e convenevoli, cominciammo a parlarci come se tutto quel tempo della nostra separazione non fosse mai trascorso. Eravamo tornati i tre ragazzi di allora, lo stesso sguardo fiero, lo stesso orgoglio, lo stesso candore, la stessa voglia di cambiare il mondo. Gianluca ci raccontava che le cose a Ciserno erano peggiorate. Il Paese non era più in mano al vecchio boss, che nel frattempo era stato arrestato ma, adesso c’erano i suoi figli ed i suoi nipoti, in lotta con l’altra famiglia mafiosa di Ciserno, che nel frattempo aveva rialzato la testa.
Il paese però era più bello che mai, la lente della nostalgia è in grado di trasformare gli aspetti più negativi in gradevoli ricordi. Anche quelle strade assolate sulle quale più volte c’eravamo sbucciati i ginocchi erano ormai angoli di paradiso che albergavano solo dentro il nostro cuore. L’unica vera amarezza era constatare che il tempo si era fermato, erano passati gli anni ma i problemi erano sempre gli stessi, un economia stazionaria, una delinquenza arrogante e quei ragazzi che avevano smesso di sognare, arrendendosi alle illusioni di una vita facile. A diciott’anni basta una macchina potente ed un vestito nuovo per saziare la fame di vita!
Ci sentivamo sconfitti, le nostre idee, i nostri sogni erano diventati perle per porci, parole vuote per poveri illusi. Bisognava riempire quelle parole di contenuti per renderle forti e credibili. Discutemmo a lungo quella sera fino ad ammettere che il richiamo del sud era ancora forte dentro di noi. Il nostro impegno non si era ancora concluso o forse non era mai davvero iniziato. Furono giorni sereni, il mare era cristallino ed il sole colorava la nostra pelle restituendoci l’immagine di ragazzi del sud. Ritornai a Padova con una energia nuova, con tanta voglia di fare e soprattutto col desiderio nascosto di “rotolare verso sud”. Trascorse ancora qualche anno nella monotonia di sempre, lavoro, impegni, teatro, radio amici, sempre di corsa come se stessi inseguendo qualcosa di irraggiungibile fino a quando nella primavera del 2005, in una grigia sera di fine maggio, il mondo smise di correre.Quell’anno si respirava un’aria strana, l’estate tardava ad arrivare, c’era una pioggerella pressante ed un vento pungente sembrava voler presagire qualcosa.
Quella sera ero a casa di amici e mentre ci intrattenevamo sul pianerottolo per gli ultimi saluti, tra una battuta e l’altra, lo squillo del telefono impietoso, impertinente, dirompe quell’atmosfera di serena quotidianità. Fu quella telefonata,quella frazione di secondo che separa la dolce inconsapevolezza dall’agghiacciante scoperta, che mi cambiò per sempre la vita. Gianluca era morto o meglio era stato ucciso.Non volevo crederci, avevano sbagliato persona, è stato un errore, Luca no, non è possibile. Luca era uno di noi. Era uno di quei pochi ragazzi intraprendenti, vorace di vita, ambizioso, impegnato nel sociale e per il sociale. Anche se giovanissimo, Luca era il simbolo del cambiamento. Sbaglio a dire era, Luca è, perché da quella notte il cambiamento ha avuto inizio. Per la prima volta, paesi interi, adulti, bambini, anziani, malati, ricchi e poveri, hanno iniziato a far sentire la rabbia verso quel diavolo che assoggetta, uccide, distrugge: LA MAFIA. I paesi della costa jonica si sono vestiti a lutto, i negozi di Ciserno hanno chiuso in segno di protesta, scrivendo sulle loro vetrine: ” Chiuso perché qualcuno ha rubato la vita a Gianluca”.Quel giorno a Ciserno si respirava l’odore della morte, si sentiva il silenzio degli abissi. Non riuscivamo a darci pace, non riuscivamo a darci una spiegazione sul perché un ragazzo normale, uno di noi, avesse subito una fine così violenta.
Colpo, lupara, ucciso, ma cosa sono questi termini mi chiedevo?Cosa dicono?Perché la gente vaneggia?Cosa c'entra con noi tutto questo? Noi siamo dei normalissimi ragazzi, abbiamo sempre vissuto nell’onestà, nella legalità, nel rispetto dei valori umani, senza fare mai distinzione, tra ricchi e poveri, ma solo distinguendo i buoni dai cattivi. Purtroppo, però, l’errore è stato proprio questo, considerare i cattivi in un emisfero a parte, illudersi che fossero lontanissimi rispetto alla nostra esistenza. Era come se si stesse parlando di un’altra Calabria, una Calabria che non conoscevo e che non avrei mai voluto conoscere. La sua è stata un’esistenza speciale e così è stato in vita come in morte.
Io e Francesco ci rivedemmo al funerale ancora increduli per quanto accaduto. Quel giorno prendemmo un impegno solenne, in onore di Gianluca, ritornare al sud, dare una mano d’aiuto a quella “madre” che per troppo tempo ci aveva aspettato. Inviai una lettera al gazzettino, presentai le mie dimissioni e il giorno successivo mi recai alla “Gazzetta del sud” per offrire la mia collaborazione, mi sarei occupato di cronaca, cronaca nera. Francesco invece presentò immediatamente richiesta di trasferimento che ottenne nel giro di breve tempo, le nostre sono zone a rischio e se un magistrato si offre volontario è sempre il ben accetto. Cominciammo a tenere seminari nelle scuole, incontri nelle librerie, dibattiti nelle radio ed in tutti quei luoghi frequentati dai giovani, aprimmo persino un blog che si occupava di giustizia e legalità, volevamo ricordare Gianluca, il modo in cui era stato barbaramente ucciso, volevamo che il silenzio non calasse sulla sua storia, uccidendolo per una seconda volta, volevamo che il suo sacrificio non rimanesse vano e che quel suo sorriso contagioso potesse riportare luce in quei momenti bui della nostra storia, desideravamo che quel seme di speranza che lui aveva piantato potesse finalmente germogliare.
Francesco lavorava alacremente, fin da subito si era occupato dell’inchiesta su Gianluca, io pubblicavo qualsiasi notizia che potesse aprire uno spiraglio su quella inchiesta, cercando di mantenere i riflettori puntati sul caso Gianluca. Qualcosa avevamo ottenuto, l’opinione pubblica nazionale aveva preso a cuore il caso di Gianluca, si era stretta attorno al dolore dei suoi familiari, alla tenacia di suo padre che nemmeno per un istante aveva pensato di arrendersi e dava forza a tutti noi con il suo esempio. Capii che il vero linguaggio capace di arrivare al cuore della gente è il linguaggio dell’amore, l’amore di un padre verso il figlio, l’amore verso la propria terra, l’amore per la giustizia e soprattutto l’esempio, bisogna spendersi in prima persona per essere credibili e convincenti. Infine capii che tutti quegli anni non erano passati invano, le rivoluzioni hanno bisogno di tempo, sono un fiume carsico che scava nella roccia fino a trovare il suo percorso affiorando al momento giusto in sorgenti naturali con tutto il proprio carico di purezza e di limpidità. C’è un proverbio che dice che “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e quella foresta stava crescendo senza che noi ce ne accorgessimo. La domenica del 16 ottobre un’altra notizia eclatante aveva cominciato a diffondersi tra la gente, a Locri, in pieno centro, durante le elezioni primarie della Sinistra era stato ucciso il vice presidente della Regione Calabria. Mi recai sul posto, c’era molta confusione, cercai di cogliere gli umori della gente, di capire esattamente ciò che era successo. Una cosa fu subito chiara, non era il solito omicidio di mafia, si trattava di un omicidio eccellente che colpiva interessi molto più grandi. Anche il tipo di esecuzione così clamorosa, in pieno centro, in pieno giorno, nel pieno della confusione, era il segno che la “ndrangheta” aveva raggiunto ormai il culmine della propria arroganza e spavalderia certa del silenzio complice della gente e della propria condizione di impunibilità. Il giorno dopo però accadde qualcosa di imprevisto, i ragazzi, proprio quei ragazzi della cui reazione avevo dubitato, scesero in piazza con uno striscione eloquente ed imbarazzante “e adesso ammazzateci tutti”. Poche parole, dritte al cuore della gente, puntate verso quelle coscienze assopite che per troppo tempo avevano fatto finta di niente. Una “bomba” il cui boato fece il giro del mondo. Mi tornò in mente un vecchio ritornello di una canzone di De Andrè “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Gianluca non era morto invano ed il nostro impegno non era stato inutile, tutto improvvisamente aveva un senso, ognuno di noi, col proprio piccolo contributo, col proprio bagaglio di sofferenze e di umiliazioni, si sentiva finalmente coinvolto in un unico grande progetto di libertà. Quel seme di speranza che Gianluca aveva piantato era finalmente germogliato, aveva dato i suoi frutti e tutto intorno erano cresciuti tanti piccoli arbusti. Nel silenzio del sottobosco era cresciuta una foresta!
La mafia uccide, il silenzio pure

Sto guardando un'interessante trasmissione su LA7. La bravissima Ilaria D'Amico si sta occupando dell'argomento Mafia al nord. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di aprire una piccola breccia nel muro di censure ed omertà adottato dal giornalismo italiano. Finalmente qualcuno ha avuto l'intelligenza di smontare il luogo comune che identifica la mafia alla Sicilia, la ndrangheta alla Calabria, la camorra alla Campania ... Le mafie sono un problema di tutti e spero che qualcuno possa seguire l'esempio coraggioso di La7 e si smetta di parlare del "Grande fratello", della Fattoria o di Xfactor e giornalisti ritrovino la dignità ormai perduta.
"Parlate di mafia ovunque vi capiti. Alla televisione, alla radio, sui giornali. Dove volete, ma, vi prego, parlatene". (Paolo Borsellino)

Sono profondi e scuri
gli occhi di certe donne del sud.
Aperti e spalancati su silenzi centenari.
Povertà, partenze, ritorni
e lontananze.
Sguardi mascherati da un sorriso
sofferto e malinconico,
umile e fiero.
A tratti eterno
MAPI
Ho riscoperto questa canzone grazie ad Anna e ho pensato di pubblicarla in questo post
Ad esempio a me piace il sud

Ad esempio a me piace la strada
col verde bruciato, magari sul tardi
macchie più scure senza rugiada
coi fichi d'India e le spine dei cardi
Ad esempio a me piace vedere
la donna nel nero nel lutto di sempre
sulla sua soglia tutte le sere
che aspetta il marito che torna dai campi
Ma come fare non so
Si devo dirlo ma a chi
Se mai qualcuno capirà
sarà senz'altro un altro come me
Ad esempio a me piace rubare
le pere mature sui rami se ho fame
e quando bevo sono pronto a pagare
l'acqua, che in quella terra è più del pane
Camminare con quel contadino
Che forse fa la stessa mia strada
parlare dell'uva, parlare del vino
che ancora è un lusso per lui che lo fa
Ad esempio a me piace per gioco
tirar dei calci a una zolla di terra
passarla a dei bimbi che intorno al fuoco
cantano giocano e fanno la guerra
Poi mi piace scoprire lontano
il mare se il cielo è all'imbrunire
seguire la luce di alcune lampare
e raggiunta la spiaggia mi piace dormire”.
A PALERMO UN MATRIMONIO ALL'INSEGNA DELLA LEGALITA'
A prima vista sembra una partecipazione come tante. Cartoncino color crema; in alto, i nomi degli sposi, Fabio Messina e Valeria Di Leo; sotto, l'indicazione della chiesa scelta per le nozze, Santa Maria della Catena, una delle piu' antiche di Palermo, e, come vuole la tradizione, nome e indirizzo dell'hotel in cui la coppia ''ringraziera' amici e parenti''. Solo scorrendo fino in fondo l'invito, si capisce che quello di Fabio e Valeria e' un matrimonio particolare, anzi, come scrivono loro ''un matrimonio pizzo free''. Una definizione curiosa, anche per una citta' abituata alle campagne antiracket, per dire che gli sposi, nell'organizzare le nozze, si sono rivolti solo a chi al racket ha detto no. Ma quella che ai piu' puo' sembrare una strana trovata, per Fabio e Valeria, gia' titolari del primo emporio ''libero dal racket'' della citta', e' semplicemente una scelta di coerenza. ''Abbiamo pensato - spiega la futura sposa, 29 anni, per meta' interprete, per meta' commerciante - che chi ha avuto il coraggio di esporsi meriti pubblicita' e guadagno''. Ma districarsi tra negozi e fornitori, in una citta' in cui l'80 per cento degli operatori economici e' soggetto al ricatto mafioso, non e' semplice.
E per evitare errori i due promessi sposi hanno consultato la lista degli esercizi commerciali pizzofree della citta': una sorta di mappa che aiuta i cittadini a orientarsi in vista di un ''consumo responsabile''. L'elenco, nato da un'idea del comitato Addiopizzo e finalizzato a far incontrare domanda e offerta in un mercato legale, vanta ormai 165 iscritti. Ai due fidanzati e' bastato sfogliarlo per trovare tutto: dalle bomboniere, ai confetti, dal tipografo, al fotografo, dal negozio di oggettistica in cui fare la lista di nozze, alla stilista che ha disegnato il vestito della sposa. Perfino il parrucchiere e' stato scelto cosi'. ''Confesso - dice la ragazza - che per l'acconciatura ho seguito l'istinto. Mi sono rivolta all'unico negozio in lista e il titolare mi ha ispirato fiducia. Ho fatto solo una prova trucco, non l'avevo mai visto prima e mi e' piaciuto''. Tra i commercianti che contribuiranno all'organizzazione del matrimonio anche una pasticceria di Caccamo che, per essersi ribellata al racket, ha pagato un prezzo alto: intimidazioni e danneggiamenti.
Tutto e' pronto per le nozze, dunque: il primo matrimonio pizzo free sara' celebrato sabato 18 aprile. Primo si', perche' Valeria e Fabio non si sono limitati a una scelta personale e hanno creato un'agenzia, una sorta di wedding planet, a cui possono rivolgersi tutti quelli interessati all'idea dei due palermitani. ''Due fidanzati ci hanno gia' contattato - dice, sorridendo la futura sposa - Appena tornati dalla luna di miele in Thailandia, rigorosamente organizzata da un'agenzia di viaggio pizzo free, ci metteremo a lavorare per organizzare le loro nozze''.
VOLEVAMO UN MONDO MIGLIORE
Volevamo un mondo migliore, abbiamo lottato a muso duro per questo, abbiamo creduto nei nostri sogni, abbiamo sperato oltre ogni speranza, senza mai abbandonarci alla rassegnazione. Abbiamo urlato contro il muro del silenzio, gridato al mondo che “la mafia è una montagna di merda” sotto la quale avrebbero voluto seppellirci. Abbiamo sostenuto i nostri “capitani” che ad uno ad uno sono stati annientati sotto i nostri occhi, le loro idee hanno continuato a camminare sulle nostre gambe, gambe fragili ma dal passo deciso. Siamo stati le “sentinelle del mattino”, abbiamo vegliato affinchè la pace fosse l’unica vera soluzione di ogni controversia. Abbiamo cercato di cambiare il mondo partendo da noi stessi, rifiutando sconti, scorciatoie e vie facili per arrivare prima ai nostri obiettivi. La vita va vissuta a caro prezzo e l’unico modo per ottenere qualcosa è quello di imparare dai propri errori. Forse però tutto questo non è bastato e rivolgendomi a voi giovani delle nuove generazioni vi chiedo scusa per questo. Scusa per avervi consegnato un mondo senza più regole, senza punti di riferimento. Un mondo privo di ideali politici, Destra e Sinistra sono ormai soltanto due concetti astratti di uno stesso modo corrotto di fare politica. Un mondo in cui il malaffare dilaga e il denaro è l’unico Dio che colma il vuoto di tante inutili esistenze. Abbiamo lasciato credere che la libertà nascesse dalla possibilità di fare tutto ciò che ci piace e non dalla capacità di vivere in maniera responsabile e così abbiamo lasciato che la droga invadesse come un fiume in piena i meandri della nostra società. La politica è drogata, l’economia è drogata , lo sport è drogato, ogni settore, in cui gli unici valore ispiratori sono il denaro ed il potere, è drogato, ma allora in che cosa abbiamo sbagliato?
In realtà non possiamo parlare di veri e propri errori, abbiamo soltanto squarciato il velo di ipocrisia che nascondeva un mondo già marcio. E’ stato come staccare la corteccia e accorgersi che l’albero era stato scavato dentro, che nel tempo i parassiti avevano scavato interi cunicoli nutrendosi del suo midollo, rendendolo così fragile da rischiare di spezzarsi.
Noi abbiamo portato avanti tante battaglie, cadendo e rialzandoci più volte, adesso tocca a voi prendere in mano la nostra bandiera e difenderla a costo della vostra stessa vita… noi saremo un passo più indietro, vi copriremo le spalle, raccoglieremo i feriti, saremo il vostro punto fermo ogni qual volta vi sentirete persi e disorientati.
Volevo ringraziare pubblicamente Rino Gattuso perchè è il simbolo di una Calabria pulita, onesta, umile, generosa, tenace, caparbia e ... con un grande cuore
Quando una donna….
(tratto da Il Sole24ore)

Avere nel proprio campo visivo, dunque in ufficio, almeno una rappresentante di quella esigua schiera di vincitrici alla lotteria genetica che sono le donne avvenenti, e per di più vestita in modo consono, equivale a mettersi in contatto con con la bellezza perduta della creazione, l’armonia minacciata del mondo, è come migliorare il paesaggio quotidiano, come dare più luce all’ambiente. Una constatazione che non ha niente a che vedere con pretese da luogo comune di riduzione della collega ad oggetto artistico. I luoghi comuni sono fatti per essere smentiti. Inoltre è scientificamente provato che una persona avvenente e debitamente scollata provoca in chi la osserva un aumento del battito, è come uno stimolatore naturale: dannosa dunque se stai compiendo un’attività sportiva agonistica, perché aumenta le pulsazioni a parità di prestazioni, ma utile in un ambiente come quello lavorativo dove c’è sempre necessità di stimoli. E’ come una tazza di caffè senza le controindicazioni epatiche dovute alla caffeina. Niente è più triste del tentativo della donna di autocensurare e mortificare in ufficio la propria bellezza con abiti mascolini e metrature di stoffa da sharia.
De Magistris: E’ il momento di resistere e di lottare *
L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.
Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni. Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese. Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.
In attesa di quel fresco profumo di libertà - del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese - che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi - che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito - sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.
Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela - anche con il sistema dell’autogoverno - tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.
Ma non bisogna avere timore. La storia - ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici - ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale - nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori - della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose - con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni - avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro - vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.
Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione - nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione - anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.
Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura - innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro -, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia. In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari). Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.
Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono - magari in modo subdolo e maldestro - a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei cd. “poteri forti”. Le riforme - anzi le controriforme - ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia. L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza. Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.
Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire. La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.
Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.